L'Ospedale pediatrico Meyer di Firenze, continua a percorrere la strada della sostenibilità ambientale. Ora, dopo la struttura architettonica costruita secondo criteri della bioedilizia, è pronto un giardino bio per i suoi piccoli pazienti.
"Il Giardino senza bua" è stato chiamato. Un giardino senza medicine, sano. Forte. Un esempio che coincide perfettamente con la filosofia che tutela la salute.
Il Meyer di Firenze è la prima struttura ospedaliera italiana progettata e realizzata per ridurre le emissioni inquinanti nell'aria, che fa della sostenibilità ambientale il suo obiettivo principale. Celle fotovoltaiche, giardini verdi sui terrazzi e sul tetto, piccoli e grandi accorgimenti rendono il Meyer il primo Ospedale bio-sostenibile d'Italia. A questo, si affianca la scelta già adottata dalla Fondazione Meyer di avviare da subito il percorso di certificazione Bio-Habitat per tutto il verde che circonda l'Ospedale.
Al suo interno ha preso piede già da qualche tempo il progetto di un giardino e di un orto biologico fatta a misura di bambino e per i bambini. Una splendida iniziativa che ha non solo un valore "globale" ma anche terapeutico per i piccoli ospiti del nosocomio toscano. Che bella idea!
mercoledì 14 ottobre 2009
martedì 13 ottobre 2009

Riporto il comunicato che ho ricevuto da Greenplanet.net
Un'iniziativa che viene proposta già da 6 anni, "realizzata con modalità simili in tutta Europa, per spiegare ai consumatori e cittadini dove trovare i prodotti Fairtrade ed aumentare la consapevolezza che con un consumo fair possiamo contribuire ad uno sviluppo sostenibile equo e solidale".
Dal 17 al 25 ottobre cene con menù equosolidali (nei ristoranti aderenti a "Io faccio la spesa giusta"), Fairtrade Break nei ristoranti self service, promozioni nei supermercati che aderiscono all'iniziativa e banchetti nelle piazze realizzati da Legambiente e Movimento consumatori.
La "spesa giusta" è un'iniziativa promossa per diffondere le pratiche di consumo consapevole ed etico, un valore certificato da Fairtrade (il consorzio che aderisce a Fair Trade Labelling Organisations, il coordinamento internazionale dei marchi di garanzia) che sta cominciando a far breccia anche nelle abitudini dei consumatori italiani. "Anche a fronte della crisi, nel 2008 i consumi equo e solidali sono aumentati del 25%," ci spiega Paolo Pastore, direttore di Fairtrade Italia. "Nei primi 6 mesi del 2009 - continua - abbiamo mantenuto un trend intorno al 25%, il che significa che chi ha provato i prodotti equi in occasione degli eventi 2008 poi ha continuato a sceglierli ed alcune insegne si sono adeguate ampliando la scelta di prodotti disponibili".
Equo e solidale sempre più diffuso, tanto da diventare scelta strategica per gruppi come Crai, Auchan, Unes, Lidl, Conad che hanno voluto la certificazione fairtrade per i propri prodotti a marchio. "Conad ha deciso di inserire una propria linea di private label certificate Fairtrade, Billa - Standa inserirà 12 nuovi prodotti da ottobre 2009".
"Dalle più recenti ricerche risulta che il consumatore tipo è trasversale sotto il profilo culturale e sociale, è in prevalenza donna e si concentra nella fascia di età compresa fra i 25-45 anni, con nuclei familiari con figli. Sceglie prodotti bio e, in generale, sostenibili."
Equo e solidale e biologico.
In occasione di "Io faccio la spesa giusta" verrà presentato il volume "Equo & solidale. Un ricettario per tutti i giorni", edito da Tecniche nuove, che contiene più di 100 ricette con ingredienti di commercio equo.
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lunedì 12 ottobre 2009
Lo shampoo fatto in casa

Dunque. Era da un po' che mi frullava in testa l'idea di smettere di spalmarmi in testa roba schiumosa piena di conservanti e schiumogeni sintetici (il famoso SLS Sodium Lauryl Sulfate che è quello che consente a tutti i prodotti di fare schiuma).
Quindi consulto il libro di Romy Fraser, la mitica farmacista omeopata inglese fondatrice di Neal's Yard Remedies, che è la vera bibbia per la cosmesi fai-da-te ecologica ed amica del corpo e dell'ambiente.
Trovo una bella ricettina per uno shampoo alla salvia, la metto in pratica e la provo.
UN DISASTRO!!!
Le pastigliotte risultano gelatinose e non facilissime da mettere sui capelli bagnati ma proseguo. Solo che la sensazione immediata è di pesantezza, di chiusura del capello, non so come dire. I capelli risultano subito pesantissimi, come se fossero molto, molto, infinitamente più sporchi. Mannaggia. Insisto. Sciacquo con fatica enorme e provo ad asciugarli. Impossibile. Sono luridi, opachi, proprio più sporchi di prima. E oltretutto non riesco a pre-asciugarli con l'asciugamano, come fossero diventati una spugna piena di acqua che non si riesce ad eliminare.
Sono costretta a rientrare nella doccia e a rilavare i capelli con lo shampoo normale (Camomilla Schulz) e mi tocca fare lo shampoo 4 volte, ripeto, 4 volte prima di vederli e sentirli un po' meglio.
Sono depressa, ho seguito alla lettera la ricetta che vi riporto comunque. Ma dove avrò sbagliato? Qualcuna mi dà un consiglio?
1 cucchiaino di salvia secca
300 ml di acqua
1/2 saponetta alla mandorla
3 cucchiai da tavola di glicerina vegetale
10 gocce di olio essenziale di limone
Fare un'infusione (acqua bollente per 3 minuti) con la salvia e l'acqua e colare.
Grattugiare il sapone e aggiungerlo all'infuso di salvia. Riscaldare sul gas fino a che è tutto sciolto e amalgamato.
Aggiungere la glicerina mentre il composto è ancora caldo.
Aggiungere l'olio essenziale, versare negli stapini da muffin e lasciar raffreddare.
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martedì 6 ottobre 2009
Buone notizie per le mamme in sovrappeso

Tormentata dal sovrappeso? Sgravato il piccolo e terminato l'allattamento ti ritrovi coi rotolini sulla pancia? Forse che forse... arriva un aiuto.
È stato pubblicato in Francia il decreto interministeriale che autorizza l'uso e la commercializzazione del rebaudioside A (Reb A), derivato dalla pianta stevia rebaudiana. Si tratta di una pianta sudamericana (della famiglia delle Asteraceae) utilizzata da secoli, in particolari dai Guarani, come dolcificante e pianta medicinale. Il potere dolcificante dei suoi estrattti, tra cui il rebaudioside A, può essere fino a 300 volte superiore a quello dello zucchero normale. MA l'ottima notizia è che la Stevia è senza calorie e ha un indice glicemico nullo.
Essa è utilizzata in Giappone già dalla metà degli anni '70. Perché viene autorizzata in Europa solo adesso? La risposta è semplice "Sweetness is big money", ovvero "la dolcezza fa guadagnare tanti soldi", come ha dichiarato Rob McCaleb, fondatore e presidente dell'americana Herb Research Foundation.
Per anni la Stevia ha subito la concorrenza scorretta dell'aspartame, utilizzato nella produzione di bibite con poche calorie. Negli ultimi anni però il mercato delle bibite "light" ha cominciato a perdere quota, proprio a causa delle oramai nota tossicità dell'aspartame. Nonché delle conseguenti scelte di acquisto dei consumatori, che si orientano sempre più verso i prodotti naturali.
Visto che tra poco le prime bustine invaderanno la Francia si spera che la UE ne autorizzi la circolazione in tutto il mercato europeo. Altrimenti non ci rimane che andare in Gran Bretagna e continuare ad acquistare l'ottimo Splenda.
mercoledì 23 settembre 2009
Lush contro i sacchetti di plastica
Amo il verde e il biologico ed è stato quindi "naturale" appassionarmi ai prodotti LUSH. All'epoca della loro scoperta abitavo a Londra e quindi, anche tornata in Italia, mi facevo mandare dalle mie amiche rimaste colà le fantastiche palle da bagno (le ballistiche). Finalmente qualche anno fa il mitico Marc Constantine - ideatore, fondatore e presidente di LUSH - ha deciso di go global. Già, più che il verde alla fine può il desiderio di profitto anche se mascherato sotto il "diffondiamo la filosofia della non-confezione, del no ai conservanti, del packaging riciclato e riciclabile, degli ingredienti non di sintesi". Ciò detto, ora "scremo le creme" con molta attenzione e quindi ho scartato alcuni prodotti, tuttavia rimango grande fan e utilizzatrice (soprattutto gli shampoo, che trovo comodissimi) e aderisco sempre con gioia a tutte le loro proposte. 
Mi è arrivata newsletter che annuncia la loro campagna per l'abbandono dei sacchetti di plastica.
Posto che sono la prima a cercare il più possibile di fare la spesa con le mie borsine di stoffa, a comprare il detersivo alla spina, a privililegiare il lavabile invece dell'usa e getta, mi sorge spontanea una domanda: ma la spazzatura dove la metto? Dove la metto se non nei sacchetti di plastica del supermercato? Devo comprare ANCHE quelli speciali da compostaggio che - peraltro - a Milano non sono riciclati?
Che mi consigliate?

Mi è arrivata newsletter che annuncia la loro campagna per l'abbandono dei sacchetti di plastica.

Posto che sono la prima a cercare il più possibile di fare la spesa con le mie borsine di stoffa, a comprare il detersivo alla spina, a privililegiare il lavabile invece dell'usa e getta, mi sorge spontanea una domanda: ma la spazzatura dove la metto? Dove la metto se non nei sacchetti di plastica del supermercato? Devo comprare ANCHE quelli speciali da compostaggio che - peraltro - a Milano non sono riciclati?
Che mi consigliate?
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lunedì 14 settembre 2009
Dimagrire con lo Yogalates

Se anche voi siete mamme come me che le hanno provate tutte per dimagrire e buttar giù i chili della gravidanza, siete nel posto giusto.
Ovviamente io NON sono rientrata nel novero delle yummie mummies che come per magia, pur allattando per 19 mesi, lavorando, correndo come una pazza da mattina a sera è dimagrita. La fata Smemorina con me la bacchetta non l'ha trovata.
Le ho provate tutte davvero. Nell'ordine:
- esame e dieta delle intolleranze
- visita da celebre dietista Zonista (Gigliola Braga) e dieta Zona
- costosissimo metodo Figurella (già testato con successo anni fa ma stavolta no)
- dieta delle alternanze di cereali (con il mitico dott. Speciani)
Con ogni dieta provata perdo i primi 3-4 chili e poi si blocca tutto. Nessuno riesce a capirne il perché ma così è. Non ho problemi di tiroide, né di metabolismo né di altro. La diagnosi è solo lo STRESS. Che mi fa gonfiare come Bombo di Finding Nemo. E gli 8 chili che devo perdere sono tutti lì.

Fino a che, mettendo in ordine i dvd, sono incappata in un cd di tale Louise Solomon. Avevo scritto un pezzo su di lei un anno fa e mi ero quindi procurata i suoi dvd. Il pezzo me lo avevano pure pagato ma i cd, devo confessare, non li avevo manco s-cellophanati. :-)
È una tipa australiana, che opera a Byron Bay, un posto magico sulla west coast australiana, meta di fancazzisti e di fattoni, rimasto fermo negli anni '70 ma davvero con un'atmosfera incredibile e straordinaria. Ne parlo a ragion veduta perché ci sono stata. E ci ho perso un aereo. Non fatemi dire di più ;-)
Beh, la tipa è la guru e fondatrice dello Yogalates, fusione di yoga e Pilates.
Lei garantisce che facendo il suo workout 3-4 volte alla settimana per 3 mesi la mia via cambierà. Ci provo.
Il cibo bio è superiore. E adesso?!?!
L'anno scorso aveva fatto scalpore un servizio apparso su Panorama che accusava il cibo biologico di essere inutile quando non addirittura truffaldino. La sostanza dello studio inglese su cui si basava la pessima e poco documentata ricerca (disonore per un settimanale solitamente ben informato come Panorama) era che il cibo bio non era meglio dell'altro né per il gusto né per la salute.
Peccato che adesso arrivi una solenne smentita dalla Francia. Clamorosa e conclamata ma da noi, chissà perché, nessuno ne parla. Beh, lo faccio io, riportando l'articolo pubblicato su Greenplanet. Eccolo.
"Una nuova ricerca, questa volta redatta in Francia, produce conclusioni che stravolgono completamente i risultati dello studio inglese che, lo scorso agosto, hanno scosso il mondo biologico creando non pochi guai. Che si voglia o no i benefici nutrizionali offerti dagli alimenti biologici rappresentano un tema di dibattito di grande rilievo, alla luce anche dell'effetto dirompente della famosa ricerca inglese del FSA, riportata con grande enfasi dai detrattori del settore. Ma la discussione non è di certo conclusa: oggi, infatti, esce su Agronomy for Sustainable Development una ricerca che propone una conclusione diametralmente opposta, questa volta coordinata dall'agenzia alimentare francese Afssa (omologa dell'ente britannico), quindi altrettanto autorevole.
Denis Lairon dell'Università di Aix-Marseille ha infatti curato un "aggiornamento esaustivo e ragionato sulla qualità nutrizionale e sanitaria degli alimenti biologici", per conto dell'AFSSA (l'autorità francese per la sicurezza alimentare), di una ricerca originariamente pubblicata già nel 2003, arricchita con risultati raggiunti negli ultimi anni.
Tra le peculiarità riscontrate solo nel biologico, una maggior presenza di elementi e minerali come ferro e magnesio e una maggior concentrazione di polifenoli antiossidanti come fenoli e acido salicilico. A proposito dei livelli di carboidrati, proteine e vitamine non sono stati raccolti dati sufficienti per una valutazione adeguata mentre la carne bio contiene una maggior quantità di grassi polinsaturi di quella tradizionale.
L'elemento che contraddistingue la ricerca francese distinguendola da quella della FSA inglese è la sicurezza alimentare. Il cibo bio, per esempio, non contiene pesticidi tra il 94 e il 100%, l'ortofrutta bio, invece, spicca per una concentrazione del 50% inferiore al convenzionale di nitrati. I cereali biologici contengono quantità di micro tossine analoghe al prodotto convenzionale.
Tornando alla ricerca Fsa, invece, adesso è chiaro come siano stati in prevalenza ( od esclusivamente) analizzati studi pubblicati in lingua inglese, sottolineando carenze metodologiche in alcune analisi che forse poi non sono state prese in considerazione.
La relazione AFSSA ha invece prestato maggior attenzione alla qualità delle ricerche esaminate e lo studio che le accompagnava. I documenti selezionati dovevano essere collegati a pratiche agricole biologiche certificate e ben definite, valide informazioni sulla progettazione e follow-up, validi parametri di misura e campionamenti appropriati e analisi statistiche.
Qui si ferma il breve riassunto scientifico. Ora sarebbe curioso vedere cosa faranno gli stessi giornali che nei primi di agosto hanno rilanciato brandelli dell'agenzia di stampa che riprendeva (parzialmente) la notizia della ricerca inglese. Troverà altrettanto spazio l'altrettanto autorevole ricerca francese? Dubitiamo. C'è una volontà diffusa, in vari segmenti dell'industria agroalimentare anche in Italia, nel voler ridurre quanto di meglio vi sia nella produzione biologica. La qualità dei prodotti e il lavoro delle persone che si sforzano di coltivarli.
Infine una spontanea annotazione di carattere culturale. In Francia vi è una tradizione agroalimentare che eccelle ed è riconosciuta a livello mondiale, legata a terreni vocati, coltivazioni eccellenti e capacità di valorizzare nel modo più appropriato queste risorse. Alla Gran Bretagna possiamo riconoscere una grande forza dell'industria del cibo, fatta di razionalizzazione, distribuzione e utilizzo della comunicazione. Contesti e caratteristiche che non possono non avere un peso sul piano decisionale di un'autorità governativa."
Peccato che adesso arrivi una solenne smentita dalla Francia. Clamorosa e conclamata ma da noi, chissà perché, nessuno ne parla. Beh, lo faccio io, riportando l'articolo pubblicato su Greenplanet. Eccolo.
"Una nuova ricerca, questa volta redatta in Francia, produce conclusioni che stravolgono completamente i risultati dello studio inglese che, lo scorso agosto, hanno scosso il mondo biologico creando non pochi guai. Che si voglia o no i benefici nutrizionali offerti dagli alimenti biologici rappresentano un tema di dibattito di grande rilievo, alla luce anche dell'effetto dirompente della famosa ricerca inglese del FSA, riportata con grande enfasi dai detrattori del settore. Ma la discussione non è di certo conclusa: oggi, infatti, esce su Agronomy for Sustainable Development una ricerca che propone una conclusione diametralmente opposta, questa volta coordinata dall'agenzia alimentare francese Afssa (omologa dell'ente britannico), quindi altrettanto autorevole.
Denis Lairon dell'Università di Aix-Marseille ha infatti curato un "aggiornamento esaustivo e ragionato sulla qualità nutrizionale e sanitaria degli alimenti biologici", per conto dell'AFSSA (l'autorità francese per la sicurezza alimentare), di una ricerca originariamente pubblicata già nel 2003, arricchita con risultati raggiunti negli ultimi anni.
Tra le peculiarità riscontrate solo nel biologico, una maggior presenza di elementi e minerali come ferro e magnesio e una maggior concentrazione di polifenoli antiossidanti come fenoli e acido salicilico. A proposito dei livelli di carboidrati, proteine e vitamine non sono stati raccolti dati sufficienti per una valutazione adeguata mentre la carne bio contiene una maggior quantità di grassi polinsaturi di quella tradizionale.
L'elemento che contraddistingue la ricerca francese distinguendola da quella della FSA inglese è la sicurezza alimentare. Il cibo bio, per esempio, non contiene pesticidi tra il 94 e il 100%, l'ortofrutta bio, invece, spicca per una concentrazione del 50% inferiore al convenzionale di nitrati. I cereali biologici contengono quantità di micro tossine analoghe al prodotto convenzionale.
Tornando alla ricerca Fsa, invece, adesso è chiaro come siano stati in prevalenza ( od esclusivamente) analizzati studi pubblicati in lingua inglese, sottolineando carenze metodologiche in alcune analisi che forse poi non sono state prese in considerazione.
La relazione AFSSA ha invece prestato maggior attenzione alla qualità delle ricerche esaminate e lo studio che le accompagnava. I documenti selezionati dovevano essere collegati a pratiche agricole biologiche certificate e ben definite, valide informazioni sulla progettazione e follow-up, validi parametri di misura e campionamenti appropriati e analisi statistiche.
Qui si ferma il breve riassunto scientifico. Ora sarebbe curioso vedere cosa faranno gli stessi giornali che nei primi di agosto hanno rilanciato brandelli dell'agenzia di stampa che riprendeva (parzialmente) la notizia della ricerca inglese. Troverà altrettanto spazio l'altrettanto autorevole ricerca francese? Dubitiamo. C'è una volontà diffusa, in vari segmenti dell'industria agroalimentare anche in Italia, nel voler ridurre quanto di meglio vi sia nella produzione biologica. La qualità dei prodotti e il lavoro delle persone che si sforzano di coltivarli.
Infine una spontanea annotazione di carattere culturale. In Francia vi è una tradizione agroalimentare che eccelle ed è riconosciuta a livello mondiale, legata a terreni vocati, coltivazioni eccellenti e capacità di valorizzare nel modo più appropriato queste risorse. Alla Gran Bretagna possiamo riconoscere una grande forza dell'industria del cibo, fatta di razionalizzazione, distribuzione e utilizzo della comunicazione. Contesti e caratteristiche che non possono non avere un peso sul piano decisionale di un'autorità governativa."
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